Cosa abbiamo imparato dopo cinque anni di artigianato latinoamericano a Milano.

Una riflessione sul valore, sul prezzo e sulle storie che scegliamo di portare con noi

Quando abbiamo aperto Legado Milano, non abbiamo semplicemente aperto un negozio.

Abbiamo aperto una finestra sull'America Latina.

Sognavamo uno spazio dove gli oggetti potessero raccontare storie, dove il lavoro delle mani avesse ancora un significato, dove culture lontane potessero incontrarsi nel cuore di Milano, una città che il mondo associa al design, alla creatività e alla ricerca della bellezza.

Per anni abbiamo viaggiato, incontrato artigiane, visitato comunità indigene, ascoltato racconti e selezionato con cura oggetti che consideravamo straordinari.

Non volevamo vendere souvenir.

Volevamo condividere cultura.

Oggi, dopo migliaia di conversazioni avute all'interno del nostro negozio, ci ritroviamo però a riflettere su una domanda semplice e allo stesso tempo complessa:

Le persone valorizzano davvero ciò che è fatto a mano?

Non stiamo parlando di ciò che diciamo di apprezzare.

Stiamo parlando delle scelte che facciamo ogni giorno.

Perché tra il valore che attribuiamo a parole all'artigianato e quello che siamo realmente disposti a riconoscergli esiste spesso una distanza sorprendente.

Molti degli oggetti che proponiamo sono realizzati da donne.

Donne indigene.

Donne artigiane.

Donne che vivono in territori lontani dai grandi centri urbani e che continuano a custodire tecniche tramandate da generazioni.

Una borsa Wayuu non nasce da una macchina.

Un cestino Wounaan non esce da una catena di montaggio.

Una creazione in fibra di cumare dei Warao richiede giorni, a volte settimane di lavoro.

Dietro ogni oggetto esistono tempo, esperienza, pazienza e una storia umana.

Eppure, molto spesso, la prima reazione davanti a questi oggetti non riguarda la loro storia.

Riguarda il prezzo.

Quante volte abbiamo sentito espressioni come:

"Ah, però..."

Oppure:

"Ne ho vista una simile online."

"O quando sono stato in Colombia costava molto meno."

"Mio figlio me ne ha portata una dal viaggio."

Sono osservazioni comprensibili.

Perché l'artigianato latinoamericano costa più di quanto molti immaginano

Anche noi, come tutti, confrontiamo i prezzi quando acquistiamo qualcosa.

Ma con il passare degli anni abbiamo iniziato a chiederci se il confronto riguardi davvero oggetti uguali.

Perché noi quei luoghi li abbiamo visitati.

Abbiamo visto le comunità che producono questi manufatti.

Abbiamo visto il tempo necessario per realizzarli.

Abbiamo visto come molte tradizioni artigianali abbiano dovuto adattarsi a un mercato che richiede sempre più velocità e prezzi sempre più bassi.

Abbiamo visto oggetti creati per il turismo veloce e oggetti realizzati secondo tecniche tradizionali che richiedono giorni di lavoro.

All'apparenza possono sembrare simili.

Ma non sempre raccontano la stessa storia.

C'è poi un'altra riflessione che ci accompagna.

In Europa siamo abituati a trovare artigianato proveniente da Africa, Marocco, India e da molti altri paesi del mondo.

Molti viaggiano in questi luoghi e tornano con oggetti acquistati a prezzi molto bassi.

È naturale che si creino paragoni.

Ma raramente ci fermiamo a porci una domanda:

Se qualcosa è estremamente economico per noi, è davvero sostenibile per chi lo produce?

Perché il tempo di una donna che intreccia una borsa in Colombia non vale meno del tempo di una donna che vive a Milano.

Le sue giornate durano ventiquattro ore esattamente come le nostre.

Le sue mani sono due esattamente come le nostre.

Forse una delle contraddizioni del nostro tempo è proprio questa: amiamo parlare di diversità culturale, ma spesso facciamo fatica a riconoscere il valore economico del lavoro che la mantiene viva.

Negli anni abbiamo osservato anche un altro fenomeno.

Molte persone acquistano ciò che amano.

Altre acquistano ciò che ritengono socialmente approvato.

Una borsa Wayuu colorata, una collana Embera o un gioiello con uno smeraldo grezzo colombiano non passano inosservati.

Richiedono una certa libertà.

La libertà di scegliere qualcosa perché ci rappresenta, non perché è stato validato da una tendenza o da un marchio internazionale.

Eppure, nonostante tutte queste riflessioni, sarebbe ingiusto concludere con pessimismo.

Perché in questi anni abbiamo incontrato anche persone straordinarie.

Molte di loro sono donne milanesi.

Donne curiose.

Donne che leggono.

Donne che viaggiano.

Donne interessate alle culture del mondo.

Quando prendono in mano un oggetto, non chiedono immediatamente quanto costa.

Chiedono chi lo ha realizzato.

Da dove proviene.

Quanto tempo è stato necessario per crearlo.

Quale significato custodisce.

Ed è in quei momenti che comprendiamo una cosa fondamentale:

Il problema non è il prezzo.

Il problema è la capacità di riconoscere il valore.

Perché il valore non è sempre visibile.

C'è chi vede una borsa.

E chi vede una tradizione.

C'è chi vede un cesto.

E chi vede un sapere ancestrale.

C'è chi vede una pietra.

E chi vede milioni di anni di storia.

Per questo abbiamo deciso di condividere queste riflessioni.

Non per convincere qualcuno a comprare.

Non per criticare chi cerca il miglior prezzo.

Lo facciamo anche noi.

Ma per aprire una conversazione.

Per domandarci quale mondo stiamo costruendo quando ogni decisione viene misurata esclusivamente in termini di convenienza.

Per chiederci quali tradizioni sopravvivranno se il valore verrà sostituito dal prezzo.

E per ricordarci che forse il vero lusso non è possedere qualcosa di costoso.

Forse il vero lusso è comprendere ciò che abbiamo davanti.

Perché, alla fine, il valore più grande di un oggetto non si trova nell'oggetto stesso.

Si trova nella storia umana che porta con sé.

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2 commenti

Condivido il commento precedente. Ho visto gli oggetti esposti nel negozio e li trovo eccellenti. Però avendo già troppe cose che mi riempiono la casa, posso pensare solo ad utilizzarle per regali di qualità. LA differenza con la fuffa dei mercati è evidente. Sono oggetti fatti con amore e come tali preziosi.

Marina Maniga

Tutto quello che hai scritto è vero. Sono riflessioni un po’ amare. Ormai non si cerca più la qualità, solo il prezzo basso. Io sono del parere che se non posso permettermi di comprare una cosa, non la compro. Non mi interessa comprarla a prezzo stracciato, se anche la qualità è ‘stracciata’. Purtroppo, in questo senso, il più grande disastro è stato l’inizio delle vendite on line.

Maura

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